Cavalieri

«Present, perché il presente è un dono»

13/03/2014 - Dal Duomo di Messina al banco di scuola, con quella mano alzata. Il racconto della Promessa: la scoperta della «gioia che riempie la vita» e di un'amicizia «regalo di Dio per farmi vivere tutto». Senza paura, perché «di doman c’è certezza!»

Come sempre, ogni cosa che faccio con i Cavalieri, mi colpisce per un preciso motivo, e questa volta, alla Promessa, è stato il seguente: ero in albergo, nella mia stanza e stavo messaggiando con la mia migliore amica Miriam, che giusto quella sera mi aveva raccontato una cosa che mi ha fatto subito diventare triste. Il giorno dopo a Messina non è stato per niente bello. Non ho detto neanche una parola,continuavo a pensare a quel fatto saputo, così brutto, e volevo addirittura tornare a casa, non volevo più stare lì. Poi quando siamo andati in Duomo e ci siamo seduti per cantare, in attesa che il campanile suonasse, mi sono chiesta: «Ma cosa mi è preso? Deve finire così questa promessa? Perché non riesco a godere della Bellezza che ho intorno?». Queste sono tutte domande che mi hanno fatto riflettere e alla fine ho detto: «Adesso basta! Non posso lasciarmi deprimere». Ho cominciato, da quel momento in poi, a cantare, a ridere, insomma, mi sono ripresa! E ho capito il titolo della promessa: “La gioia che riempie la vita”. Infatti, in quel momento, Dio era accanto a me, mi ha ascoltata e mi ha aiutata. Nella vita se si è tristi, angosciati, si ha la sensazione di essere incompleti e ci si allontana da Dio. Invece con il Signore si può trovare quella certezza, quella gioia che riempie la vita.

Suor Letizia ci ha detto che noi possiamo scegliere tutte le strade che vogliamo, possiamo perderci in tutte le cose più assurde che ci capitano, ma alla fine è sempre Dio che ci ripesca e ci conduce nella strada giusta.


Da qualche tempo non mi entusiasmava più andare ai Cavalieri, o almeno non come prima. Forse perché molti dei miei amici erano passati in Gs e non li vedevo più; ma poi, grazie a questa Promessa, è partita di nuovo la scintilla. Adesso sono di nuovo felice di andare agli incontri e a tutti i gesti che mi propongono. 
Un’ultima cosa bella che mi è capitata: tornata a casa dalla Promessa, dovevo fare i compiti per il giorno seguente. Tutta arrabbiata mi sono seduta alla scrivania e, con gli occhi che si chiudevano dal sonno, ho iniziato a studiare; dopo aver finito scienze e geografia mi era rimasta letteratura: vita e pensiero di Lorenzo de Medici. A quel punto mia madre, per non farmi andare a letto troppo tardi, si è messa a spiegarmela.

Il giorno dopo a scuola, per evitare problemi, ho detto alla mia prof che non avevo studiato molto bene. Quando ha iniziato a spiegareLa canzone di Bacco e Arianna, la prof ha chiesto se sapevamo di cosa si trattasse. Una mia compagna ha detto per filo e per segno quello che c’era scritto sul libro: «I canti carnascialeschi sono dei testi ironici e pieni di allusioni...». Allora ho capito: non potevo tacere e ho alzato la mano per spiegare come avevo capito io la notte prima da mia madre e ciò che avevo imparato alla Promessa: «Io credo che, mentre nel Medioevo non si ha paura della morte perché la fede in Dio era molto profonda e si poteva morire con la certezza di ricongiungersi con Lui, nel Rinascimento, dove l’uomo è al centro di tutto, ci si è allontanati sempre di più da Dio ed è così cresciuta l’angoscia per la morte, per il futuro, per tutto ciò che l’uomo capisce di non poter decidere da sé. Quindi la consapevolezza che si poteva morire da un momento all’altro e che nulla appartiene all’uomo, non faceva divertire Lorenzo neanche a carnevale». La professoressa mi ha fatto i complimenti dicendomi che avevo afferrato un concetto molto profondo del Rinascimento. E io che pensavo di essere impreparata!

Anche questo fatto c’entra con ciò che avevo vissuto il giorno prima. In inglese la parola “dono” si dice present, infatti è proprio così, il presente è un dono. E questa amicizia è il dono che il buon Dio mi fa per farmi vivere tutto, senza paura perché… di doman c’è certezza!
Chiara, Termini Imerese

A tredici anni, l’urgenza di essere certa e felice

                                                 Pubblichiamo la lettera di una ragazzina di terza media prima del gesto della Promessa deiCavalieri.
Grazie al Graal ho scoperto un lato di me che gli anni scorsi non avevo mai lasciato trasparire: la negatività. Ma non quella pessimista: quella realista che mi permette uno sguardo critico verso le cose. Sembra strano ma ho sempre avuto l’impressione di dover vedere per forza il positivo, di dover reprimere quelle domande, quelle sensazioni talvolta dolorose, per poter apparire serena. Ho invece imparato ad andare a fondo del vuoto, della mancanza che sentivo e che si esprimeva anche nel mio rifiuto iniziale dei Cavalieri. Forse non lo davo a vedere, ma ero realmente scettica in alcuni incontri. Il motivo è molto semplice: sentivo ovunque ripetere l’aggettivo “bello”. Bella la frase, bello l’incontro, bello l’intervento... Trovavo inutile enfatizzare così tutto, insomma alcune volte non c’era nulla di speciale. Allora mi sono chiesta da dove potesse venire una tale visione della realtà, cosa potessero trovarci tutti di così bello e l’unica risposta è stata: illusione. Loro s’illudono, ma io vivo coi piedi per terra e non posso certo permettermi simili sciocchezze. In fondo, però, come persona normale, quella felicità, quel vedere tutto così bello lo desideravo anch’io. Era un’urgenza, urgenza di sapere, di essere certa, libera e felice. E queste erano e sono le caratteristiche delle persone che ho incontrato al Graal. Ma cosa posso fare per essere anch’io così, per essere certa che la realtà è buona e che c’è «Uno che mi conosce, conosce i miei tradimenti e mi vuole bene lo stesso, mi stima, mi chiama di nuovo, spera in me, attende da me?». La mia esperienza mi dice che non può essere tutto così bello, il mio cuore lo sa che la vita è una cosa immensa e anela a quello sguardo felice che ti buca l’anima, lo sguardo che ho incontrato al Graal. L’invidia per la felicità che ho incontrato mi spinge a tornare ogni volta, poi se questo “bello” che sento sempre sia un’illusione non so, ma voglio tenere aperta la possibilità e la speranza che non lo sia.
Miriam